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Roger Waters e il plagio della copertina

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Il tribunale di Milano ha deciso definitivamente di bloccare la vendita del nuovo album di Roger Waters, “Is this the life we really want?”, perché la copertina del disco è un plagio delle opere dell’artista Emilio Isgrò.

Il disco, rilasciato dalla Sony Italia, presenta una copertina disegnata con le cosiddette tecniche di cancellazione di Isgrò, il quale ritiene che ci sia effettivamente una violazione del copyright. Le sole parole in evidenza sono quelle del titolo del disco.

Probabilmente il plagio è inconsapevole ma riproduce le <<forme espressive dell’opera Cancellature di Emilio Isgrò>> del 1964.

Lo scorso 16 giugno, su richiesta dell’artista siciliano, con un decreto cautelare, il Tribunale di Milano non aveva permesso la vendita del disco di Waters ed è notizia di pochi giorni fa del blocco definitivo delle vendite deciso dal giudice Silvia Giani della sezione specializzata del Tribunale di Milano.

il confronto della copertina con l'opera di isgrò
il confronto della copertina con l’opera di isgrò

Recensione dell’ultimo album, Is this the life we really want?

Musicalmente, il primo disco di Roger Waters a distanza di 25 anni e prodotto da Nigel Godrich, compendia i migliori momenti creativi dei Pink Floyd dei primi anni ‘70 e li rielabora in maniera originale grazie alla strumentazione di oggi.

I testi sono impegnati, in linea con l’attivismo politico di Waters, la cui voce appare immutata e, come sempre, inconfondibile e toccante. Il rock si sposa a linee melodiche dettate dal violoncello, che, in alcuni casi, risuonano familiari e rassicuranti ma che incontrano la sincerità, a tratti pedante, di Waters che si confronta costantemente sul tema della morte.

L’album, inoltre, richiama echi di Radiohead e Beck grazie al lavoro puntuale di Godrich, capace di evocare diverse suggestioni e farle muovere su un terreno nuovo. L’elezione di Donald Trump, poi, ha spinto Waters a confrontarsi su un piano lirico leggermente diverso, più intimista ma rapportato ai nostri tempi fatti di droni, smartphone, bombardamenti e un’umanità costantemente a rischio.

Godrich organizza una serie di suoni sconvolgenti, dalle trasmissioni radio distorte ai comunicati dei piloti che percorrono il Medio Oriente, e fa assistere Waters da Jonathan Wilson che gli costruisce suoni chitarristici angoscianti e pienamente in linea col disco.

I testi sono dei flussi di coscienza ben organizzati, concettuali, che si distendono su tessuti sonori arrangiati da David Campbell. Ma Waters ci ha abituati a testi così organizzati e a pezzi “disconnessi” ma, qui, però, si avverte una furia autentica.

Non è sempre lineare, o esplicito, ma il punto centrale dell’album è chiaro: i leader politici sono sconsiderati, pericolosi e, anche se non fa nomi, non c’è dubbio di chi stia parlando.

Difficile, infine, non restare affascinati da tutti gli spunti che Waters lascia e la chiusura, “Part of me died”, è amara ed esprime un disagio, forse, mai avvertito nei precedenti lavori di Waters. E allora, si chiede, “è questa la vita che vogliamo veramente?” (“vorrei essere qui a Guantanamo Bay”, canta in “Picture that”) fatta di sogni americani infranti e di psicosi del terrorismo

Roger Waters chiede a noi ascoltatori non distratti una risposta seria per poter aprire un dibattito serio e sfruttare, ancora una volta, il potere politico della musica.

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